Erminio Sinni: l’emozione di una voce

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L’autore, classe 1961 ha al suo attivo più di cinquecento canzoni fra quelle pubblicate e quelle nel cassetto, è un artista poetico e autenticamente contro corrente. Io l’ho scoperto una sera per caso, una di quelle sere in cui per parafrasare una sua canzone, lacrime di cielo, “inverno era così vicino che si poteva vedere avvicinarsi come un vecchio che brontola piano”.

Nel 1993 partecipò al festival di Sanremo piazzandosi al quinto posto con la canzone “l’amore vero” aggiudicandosi anche il Premio Volare e venne premiato direttamente dal grande Domenico Modugno per la miglior musica della manifestazione ottenendo anche il Premio S.I.L.B. per il miglior testo.

Le sue melodie hanno l’intensità, l’armonia e la forza di un battito d’ali; nella sua voce c’è un mare in tempesta, la dolcezza e l’asprezza della sua maremma…. (continua sul numero di Gennaio)

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Domenica 22 dicembre 2013 – Orario 20.30

Concerto Live al T-bay Club

con Ermino SINNI e la sua Band “ES” QUARTET, ErminioSINNI Pianoforte e Voce , Gianluca CAPITANI Batteria, Alessandro GOLINI Violino e Jacopo FERRAZZA Contrabbasso.

L’APERICENA SARA’ SERVITO A BUFFET AL BAR CON CONSUMAZIONE

DALLE ORE 20.30 ORE 22.00 INIZIO CONCERTO

PER IL TAVOLO E’ GRADITA LA PRENOTAZIONE PER INFO: TEL 0564 1768027 – CELL. 3356596167 – CELL. 3298293363

On, perché semplice è meglio

copertinaAlessandro Paci: parole sparse e il debutto alla regia

On: Opera Nuova si accende; non come una lampadina ma con un ciack. E cosa meglio di una chiacchierata con uno dei più noti attori toscani? Con Paci semplice è meglio, perché è di semplicità che Alessandro ci parla: in fondo la semplicità raggiunge tutti ma se non è ricca di contenuti non lascia segni. Alessandro lascia il suo segno in una regia sapiente già dal debutto, come vuole essere la nostra Opera.

Intervistiamo Alessandro Paci non in veste di attore ma in quella di regista, ruolo che per il grande pubblico è forse meno noto. Il suo esordio, da attore, risale alla  metà degli anni novanta, interpretando un improbabile buttafuori. Celebre, è il suo riadattamento comico di Pinocchio intitolato Fermi tutti questo è uno Spettacolo, dove si esibiva assieme a Carlo Monni e Massimo Ceccherini. Lo spettacolo, diventato poi un dvd teatrale, è risultato il più venduto in Italia.

Alessandro non ci ha rilasciato la classica intervista, quello che leggete è frutto di vari incontri, più riprese in più occasioni. Il film che segna il suo esordio da regista, Andata e Ritorno, conquista lo spettatore con il suo sapore agrodolce e ironico: una favola moderna con un finale sicuramente non scontato. Fa riflettere con ironia sull’importanza dell’amicizia e sulla fragilità dei sentimenti. All’interno del cast bravissimi attori: il poeta e musicista Bobo Rondelli, che è una calamita per gli occhi dello spettatore, veste i panni di un personaggio ironico e amaro al tempo stesso, e un bravo Marco Giallini, che ricopre i panni di una canaglia. Attraverso la sapiente regia di Alessandro, anche Flavia Vento, seduttrice senza scrupoli, dimostra doti di attrice.

A conferma di ciò che sostiene Alessandro: “Il 95% di un film è un connubio fra sceneggiatura e regia”. Intervistandolo ho scoperto la sua grande autoironia e la grande determinazione che muove il suo lavoro e che lo ha portato a compiere scelte spesso controcorrente. A tal proposito la cosa che più si nota è la differenza che c’è tra i suoi personaggi, di minor spessore e la sua regia diametralmente opposta, dal sapore un po’ “antico”, ispirata alla bella commedia all’italiana – anche se, precisa, di sentirsi più vicino alla commedia americana degli anni ‘80. Alessandro ha uno sguardo attento ai particolari: al tempo stesso ricco di sfumature ma senza mai perdere la visione d’insieme.

Guardandolo lavorare sorge la domanda se si senta più attore o regista. Senza esitazione alcuna risponde, svelando la sua natura, non di semplice “burattino” ma di grande “burattinaio”. Non si sente più immerso nel ruolo del “buffone”, con la battuta facile; mostra così un volto diverso e per questo cerca un giusto riconoscimento nel suo modo di fare regia e rivela anche una voglia di impegno sociale:  “A breve, inizierò a  girare un corto incentrato sulla sicurezza e sul lavoro nero, due facce della stessa medaglia”.

Inevitabilmente la conversazione si chiude parlando del grande attore comico, recentemente scomparso, Carlo Monni. La voce di Alessandro diviene un più bassa e roca, forse per celare la commozione di quelle parole: “Io con Carlo ho iniziato e ho finito. La grandezza del Monni risiede nell’aver fatto sempre quel che ha scelto di fare e aver sempre rispettato tutto e tutti”.

Eleonora De Martino

Conchiglie di teatro

1017204_422235487892695_738402045_nL’esperienza di “Conchiglie in scatola”

Di sicuro è stata per me un’esperienza di formazione in tutti i sensi. Ancora di più un modo per ridare un senso alla parola impegno, un po’ smarrita di recente. Soprattutto la nostra è stata una scelta, perché il teatro è più che altro impegnarsi, appunto, ma a scegliere. E scegliere di stare da una parte.

Si è scelto di mostrare ciò che succedeva alla Shelbox, con tanto umorismo ma anche con sentimento, per smontare la rabbia e trasformarla in qualcosa da condividere.

Devo ringraziare per quello che mi hanno dato tutti coloro che sono stati davvero compagni di questa esperienza: Cristina Mori, Alessio Alfaioli, Alberto Calattini, Alessandro Degli Innocenti, Maurizio Garofano, Raffaele Meloni, Massimo Simoncini, Pino Spata, Domenico Tassone, Graziano Tuveri e il tecnico Graziano Capezzoli.

Sicuramente abbiamo ritrovato il colettivo e la voglia di fare, col teatro che, come sempre e da tradizione, ha fatto da cerniera tra il mondo e la vita di ognuno di noi.

È stato un po’ il teatro dell’oppresso del brasiliano Augusto Boal; invitare al pensiero critico e al dialogo, un po’ con l’ambizione – forse troppo pretenziosa, ma necessaria – di formare le coscienze, o almeno dare una lettura del mondo in cui si vive.

Paolo Puccini

Shelbox, la dignità e i diritti

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Dai primi giorni di presidio a “Conchiglie in scatola”

“La Democrazia non è solo espressione della libertà, ma anche approfondimento della dignità umana nel suo pieno significato” Aldo Moro

9 Gennaio – 9 Luglio sei mesi di angosce, ansie, paure, insicurezze. Sei mesi di lotte, di presidio, di unione che li ha avvicinati, riuniti e fatti muovere come una sola grande “macchina”. Queste alcune delle cose che hanno dovuto sopportare in sei mesi i dipendenti della Shelbox di Castelfiorentino.

Trovarsi da un giorno ad un altro senza uno stipendio, senza sapere come andare avanti, come pagare le bollette, come far andare a scuola tuo figlio, come dare da mangiare alla tua famiglia. Persone comuni, come tanti, dipendenti di una fabbrica che portava un fatturato di 35 milioni l’anno, con risultati solidi sia a livello nazionale che internazionale.
Negli scorsi tre anni la Shelbox è riuscita ad affermarsi nella sua produzione, sì è vero c’è la crisi, che mette paura, ma sembrava marginale, non riusciva a scalfire la grande produzione e l’azienda conseguiva sempre i risultati previsti, lievi riduzioni della produzione, vista la perdita di interesse nel settore del prefabbricato anche se era riconosciuta come una delle cinque fornitrici a livello mondiale dell’ONU.

La Shelbox si amplia in questi anni, nel 2007, al culmine della sua notorietà, divenuta l’azienda leader nel settore delle case mobili, si dedica a nuovi, significativi investimenti, tanto che acquista un’azienda nel Sud della Francia. Forse una decisione avventata, forse un investimento sbagliato, nel settembre 2012 lo stabilimento francese viene chiuso. Dissesto finanziario per l’azienda e inevitabile perdita di liquidità. A dicembre la Shelbox non è più in grado nè di pagare i fornitori, che gli procurano le materie prime nè di pagare i suoi dipendenti. L’azienda chiude, viene dichiarato il fallimento, cercano di incolpare la crisi lo “spauracchio” che aleggia sempre in questi casi. Molti dirigenti si nascondono dietro a questa parola, che diventa un pretesto per difendersi dall’accusa di un mal funzionamento nella gestione dell’impresa. “Ma quale crisi!” urlano i dipendenti, “una fabbrica che ha più di 1000 ordini l’anno non può essere succube della crisi, la colpa è di altri”.

L’azienda malgrado tutto chiude le porte in attivo, gli ordini ci sono, ogni giorno le richieste da parte dei clienti sono molte, ma non possono essere esaudite e il duro compito di dare la notizia che l’azienda è fallita spetta ai lavoratori.

Da dicembre inizia questo incubo per i dipendenti Shelbox, da questo mese non ricevono stipendio. Il 9 Gennaio 2013 si riuniscono ed entrano in presidio, dalla mattina fino alla sera, occupano la loro fabbrica, che adesso è più loro che mai. Tante iniziative per far sentire la loro voce e non scomparire come una bolla di sapone, interviste a reti locali e nazionali, fiaccolate come quella svolta a febbraio, cene e aperitivi, l’ultima il 9 luglio, alla quale ho avuto la fortuna di essere invitata ed accolta.

Hanno organizzato corsi di lingua per poter impegnare le loro giornate; con l’aiuto del regista Paolo Puccini, hanno messo in scena la loro condizione e lo sgomento provato in quei mesi, attraverso un’opera teatrale “Conchiglie in Scatola”. Hanno dimostrato di essere persone forti che non si arrendono, che cercano di lottare e di richiamare l’attenzione alla loro situazione, per non farsi dimenticare. Cercano, ogni giorno, di sollevarsi, di non sentirsi inutili, cooperando insieme. In questi mesi, trascorsi uniti, hanno riscoperto il vero significato delle parole “compagni” e “collaborazione”. Le loro vite così diverse e così uguali si intrecciano, padri e madri che non hanno il coraggio di guardare il proprio figlio in volto, che devono fare i conti con la realtà di mutui da pagare, non poter dare alla propria famiglia ciò che merita, a dover dire più volte no agli interessi e alle voglie di una figlia adolescente, dover spiegare al proprio bambino che non può avere un giocattolo perché i soldi che sono in casa servono per comprare da mangiare. Persone derubate del loro diritto al lavoro, della loro dignità ma che hanno dimostrato una forza unica hanno affrontato e stanno affrontando questi giorni bui, non hanno abbassato la testa, non hanno ceduto, stanno lottando ogni giorno per loro per i loro figli per il loro presente ed il loro futuro. Ci dimostrano ogni giorno la loro tenacia, la loro voglia di risollevare la testa, lottando per una cosa semplice, il loro diritto a lavoro.

Elisa Fallani

Stop, basta violenza sulle donne

scarpe-contro-la-violenza-delle-donne-638x425I dati allarmanti dell’Associazione Artemisia

Solo il 24 per cento delle donne vittime di violenza denuncia quanto subito. Nel 52% dei casi è il partner o l’ex partner a maltrattarle.

Sono questi i dati dell’associazione fiorentina Artemisia, che da anni lotta contro la violenza di genere e la cui sede, di recente, ha subito un preoccupante tentativo di effrazione e incendio. Paura, mancanza di risorse economiche e di un luogo sicuro dove rifugiarsi, magari con i figli: per queste e mille altre ragioni tante donne scelgono il silenzio. In epoca di tagli, poi, per enti locali e associazioni proteggere chi denuncia è sempre più difficile. A Firenze esistono due case rifugio, ossia strutture con indirizzo segreto verso le quali, dopo una valutazione del rischio, vengono indirizzate le donne in situazione di grave pericolo.Uno degli edifici ha nove posti letto ed è convenzionato con il Comune, l’altro è a carico di Artemisia.Chi opera nel settore sa che per aiutare una donna non basta spingerla a denunciare, ma bisogna anche assicurarle protezione e, spesso, una lunga assistenza per superare il trauma subito. Teresa Bruno, psicologa e psicoterapeuta, responsabile del settore violenza donne di Artemisia, spiega: “C’è un aumento di richieste, anche a causa del grande dibattito che si sta creando sul fenomeno”. I dati che fornisce l’associazione parlano chiaro: nel 2012 Artemisia ha ricevuto 938 chiamate, di cui 722 nuove e 216 legate a percorsi già in atto. “A fronte di questo incremento  non vengono stanziate risorse in più, né umane, né economiche”. “Ogni volta che cambia governo si riparte daccapo. Le linee guida ci sono già, non c’è bisogno di tracciarne di nuove. Il punto è mettere in pratica gli strumenti che ci sono”. Si riesce ancora a far fronte all’emergenza, ma si taglia sul resto: “Chi ha subito violenza  spesso ha bisogno di un sostegno psicologico o di altro tipo. Questi percorsi sono i primi a essere tagliati, anche perché le operatrici che abbiamo non possono occuparsi di più di un certo numero di casi”. Quanto alle case rifugio, secondo Bruno, “il problema non è solo di risorse”. Qualche rigidità, infatti, complica le cose: “Riusciamo con difficoltà a spostare le donne da una provincia all’altra, perché ogni ente vuol finanziare il servizio per le sue cittadine. A volte bisognerebbe derogare”.

La vicesindaco del comune di Firenze, Stefania Saccardi, assicura che il numero di posti letto nelle case rifugio “è sempre stato sufficiente per la casistica del Comune”. Inoltre, da due anni “è stato istituito un percorso di ospitalità in emergenza 24 ore al giorno, gestito dal Centro Sicuro, in collaborazione proprio con Artemisia”. Sempre per far fronte a diverse situazioni di violenza, aggiunge Saccardi, “con Artemisia e altri partner ci sono due progetti in corso, chiamati ‘Alisei’ e ‘Agave’, vinti attraverso la partecipazione a bandi ministeriali”. Ogni anno, conclude il vicesindaco, “viene rinnovata una convenzione con l’associazione per tutti gli interventi sulle donne e i minori vittime di maltrattamento e abusi”.

Serena Gelli

Rondelli, il sogno e il poeta

rondelli_1_p3Bobo ci dimostra quanto è semplice poter sognare

Bobo Rondelli classe 1963 è un poeta e narratore di storie, dal sapore locale, ma con uno sguardo globale.  Meravigliosi sono i suoi ritratti dei perdenti, la dolcezza è una sua costante che però tocca  numerose variabili.
Musicista, attore viscerale, disincantato e agrodolce, porta con sé una specie di infelicità umoristica; si autodefinisce “viaggiatore di sogni”.  Ha un talento raro, quello di conferire poesia alla normalità. Nessuno prima di “Preghiera”, un testo degli “Ottavo Padiglione”, gruppo di cui Rondelli era il leader, aveva chiamato fiori dei chewingum spiaccicati sull’asfalto. Per descrivere meglio questo artista prenderò in prestito alcuni suoi versi “Come un giullare sotto il sole saltello e allieto chi mi incontra lasciando con i miei passi orme di disperazione”. È antipopolare per scelta, una vita spesa e non lasciata spendere, una delle personalità più irrequiete e geniali del panorama musicale italiano. Quando gli faccio notare che lo scrittore Simone Lenzi lo definisce  uno sprecato, che si è autosabotato lui mi risponde  “Anche il grande successo alle volte può essere un modo di sprecarsi, essere popolare ha degli svantaggi, il successo viene spesso imposto dal business e devi sempre mediare ciò che dici e poi io amo il ring del palcoscenico, adoro dovermi conquistare ogni volta il pubblico”. Prima di un concerto ha modi lenti, voce pigra e ruvida. Ricorda i personaggi che ha interpretato al cinema, come il simpatico playboy di “Andata e Ritorno”, film del 2003, di cui a curato la colonna sonora nel quale faceva da spalla ad Andrea Cambi: con cui qualche anno dopo ha dato vita ad uno spettacolo teatrale “Durbans brothers”. Nel 2010, si presta ancora al cinema per il film “La prima cosa bella” del regista Paolo Virzì, e dà vita ad una figura bellissima, quella del balbuziente innamorato ed incompreso,  Armando Mansani.  Sembra stentare a prendersi sul serio e appare quasi intimidito quando lo definisco poeta, fa spallucce e immediatamente prende in prestito le parole di Franco Loi: “Poeta è colui che fa.” e aggiunge: “Ed io lo sono solo a volte, quando faccio qualcosa di bello, non so se dopo il mio passaggio resterà qualcosa alla gente, di quel che ho scritto e cantato e forse neppure mi interessa fino in fondo essere poeta. Per me l’importante è arrivare a fine mese senza troppi pensieri”. Usa l’ironia per mascherare la sua sensibilità, poi la sua voce cambia registro, diviene quasi aspra. “In questo momento sono in pausa creativa, forse devo crescere di più e raffinarmi”.

A Bobo piace, ci dice, suonare in posti dove a fine concerto chi non lo conosce poi lo ringrazia per quello che gli ha dato.

Cade in un breve silenzio, denso e significativo, dopodiché passa con estrema disinvoltura dal profano al sacro e con  sorriso appena accennato dice: “Sai l’unica cosa che rimprovero al Vangelo è che non fa ridere”. Avrei voluto chiedergli ancora mille cose, ma il tempo a nostra disposizione finisce e mi saluta, regalandomi un momento di magia, si congeda ridando vita al grande Marcello Mastroianni. Contemporaneamente inizia a diffondersi nell’aria la musica delle prove. A sera, quando le luci si accendono, attraverso l’uso delle sue mille voci e della sua fisicità ipnotizza il pubblico, è una calamita per gli occhi e L’Orchestrino durante tutto il concerto dà colore alle sue note, rendendole leggere e allegre, facendo risaltare questo cambio di rotta, che si sente nel  nuovo disco, più ritmico e meno intimista del precedente “L’ora dell’Ormai” del 2011, un disco, dove la poesia era musicata. Anche nel suo nuovo disco “A Famous Local Singer”, non viene mai meno la sua  impronta stilistica, unita con la sua dirompente forza comunicativa, la sua capacità a miscelare perfettamente disperazione e ironia che si incrocia con il blues, lo swing, il jazz,  i ritmi afro-cubani e la canzone popolare italiana.

L’album è stato registrato con due fuoriclasse della scena musicale mondiale che affiancano i musicisti livornesi: il polistrumentista Mauro Refosco (Forro in the dark, Lounge Lizards, Red Hot Chili Peppers, Atoms for Peace) e Patrick Dillett.  In questo lavoro traspare la volontà di Rondelli di non essere più soltanto un Famous Local Singer ma di spogliarsi dei panni intimisti per affrontare le grandi platee.

Da sottolineare la sua decisione di Rondelli di devolvere in beneficenza una delle sue chitarre alla comunità di Don Santoro alle Piagge (Firenze).

Questa chitarra ha un valore molto speciale per Bobo,  gli fu donata dagli amici  in occasione di una serata di beneficenza a favore dell’Associazione contro la SLA. Questa chitarra, modello Gibson Les Paul, sarà il prezioso primo premio di una lotteria benefica i cui biglietti verranno venduti durante le date toscane del tour di Bobo, comprese le fasi eliminatorie e le semifinali del Rock Contest di Controradio. Proprio la storica emittente toscana e il suo longevo concorso per band emergenti sono i media partner dell’iniziativa, che vedrà il suo epilogo i primi giorni di Dicembre durante la serata finale del Rock Contest all’Auditorium FLOG di Firenze, dove verrà annunciato il fortunatissimo vincitore e devoluta la cifra raccolta a Don Santoro.

Valore aggiunto saranno i cosiddetti “premi di consolazione”, altrettanto allettanti: il secondo estratto avrà la possibilità di accedere ad un backstage per due persone durante un concerto a sua scelta, il terzo un CD autografato + foto con l’autore e il quarto un libro autografato + foto con Bobo.

Nel corso del concerto Rondelli da vita ad una performance che mostra tutta la sua istrionicità.  La sua musica inizia allegra e poi assume vari toni, dispensa momenti di autentica “leggerezza pensosa”, con la lettura di una sua composizione “Il Falso Pugno Alzato” tratto dal suo bellissimo libro “Compagni di Sangue”, edito da Titivillus nella collana “Lo spirito del teatro”. Subito dopo la lettura canta “Non pensare a me”, per poi regalare uno dei suoi pezzi più belli, struggenti e malinconici “Bambina mia”. Nelle sue parole c’è il sussurro e al contempo la forza del vento, i suoi testi hanno il dono di racchiudere le mille sfumature dell’animo umano e raccontano la società e i sentimenti.

Eleonora De Martino

I Gatti, e il loro nuovo album

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Vestiti leggeri è un disco neorealista

Il duo pisano, Francesco Bottai (chitarra e voce) e Tommaso Novi (piano, voce e fischio) sono al loro quinto disco, nel quale c’è un po’ meno l’uso del toscano ed è più cantautorale rispetto ai precedenti. Ci regalano undici nuovi intensi brani “Vestiti leggeri” è infatti un’ode al buon gusto, alla classe innata della band che regala l’ennesimo rifugio ai mali della modernità… Fuori dal tempo e dentro al sogno, colonna sonora di immagini ora nitide ora sfocate queste canzoni sono acquerelli, istantanee, ricordi; il lavoro possiede una leggerezza che non è superficialità e racconta storie dal profumo di mare.
È un disco più introverso con una dolcezza un po’ rivoluzionaria che fa riflettere sui modelli autoreferenziali, è ricco di un’umanità e verità sussurrate, la loro è una canzone d’autore degna della migliore tradizione italiana e non solo, è l’audace e originale racconto delle vite, delle storie nascoste negli occhi dei passanti. “Vestiti Leggeri” è un disco elegante inciso da Picicca Dischi e racchiude l’apice della loro filosofia: la leggerezza pensosa anche se va al fondo delle cose non complicate, riesce sempre a strappare un sorriso suggerisce un punto di vista del tutto originale.

Attraverso la loro ironia amara hanno il dono dell’accessibilità profonda e danno voce alla crisi d’identità e alle sovrastrutture della collettività affrontando anche temi ostici come l’incomunicabilità, la tirannia della maggioranza e il disincanto, oltre a confessare paure musicate divinamente.

I brani che maggiormente colpiscono per la loro poesia e profondità sono soprattutto quattro: “Noi”, dove si racconta la fine di un amore; “Marina”, un brano che ha la magia di “Amarcord”, simile a un meraviglioso quadro dipinto da Francesco, che rivela il fascino decadente e anarchico di Marina di Pisa, un luogo del Mediterraneo Toscano fresco, estivo, crudo, schivo e popolare; per ultima “Pepe e Furio su ‘na rota” che racconta la nuova visione che si ha del mondo dopo aver avuto un figlio e quella che loro riescono a regalarci giorno per giorno.

Questa coppia di eccelsi musicisti scherzano sul loro territorio, Pisa, sorprendono e divertono con la loro lezione di storia pisana: “Pisa è nel mezzo fra Lucca e Livorno ed è come dire che è fra Napoli e Trento”, una fusione delle due città.

Martina Ora

“…E poi sono morto”

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Il libro di Vincenzo Albano dedicato a Francesco Silvestri

“Se non c’è un elemento dissonante e visionario nei miei testi, non riesco a riconoscermi, è come se non mi appartenessero”. Oscilla tra il sogno – fragile difesa contro la sofferenza – e la disarmonia – ciò che sfalda la cosiddetta normalità – il percorso dell’attore, scrittore e regista Francesco Silvestri che Vincenzo Albano, fondatore dell’associazione culturale Erre Teatro, ricostruisce e analizza in …E poi sono morto La drammaturgia non postuma di Francesco Silvestri (Libreria Dante & Descartes).

Il volume, corredato dalla introduzione del giornalista e critico teatrale Paolo Petroni e dalla postfazione di Antonia Lezza, docente di Letteratura Italiana e Letteratura Teatrale Italiana dell’Università di Salerno, fa parte della collana di Quaderni sul Teatro dell’Associazione Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo. Albano, che ha dedicato all’artista la prima edizione a Salerno di Teatrografie, prende le mosse da Piume, finalista nel 2001 al Premio Ater Riccione e qui pubblicato per la prima volta, ultimo testo di Silvestri da ogni punto di vista, poichè rappresenta la summa del suo mondo drammaturgico. Se, come dice Bontempelli, “pubblicare è come seppellire”, visto che la scrittura è un dato definitivo a meno che l’autore non scompagini le carte, in Piume lo scrittore ha proiettato le proprie tensioni in modo così assoluto e profondo da non potersi spingere oltre, sancendo, per così dire, la propria morte, ovvero il proprio silenzio. Un silenzio che non appartiene solo a chi sembra aver deciso di non nascondersi più dietro i suoi personaggi, come lui stesso afferma nelle prime pagine del volume, ma anche a buona parte della critica che lo ha spesso frettolosamente relegato nell’ambito della letteratura per ragazzi, di cui …E poi sono morto riporta esempi pregevoli come “Alì”.

Questa visione ha condotto all’errore di non porre sempre in giusta luce uno dei talenti più fertili che il mondo partenopeo abbia mai prodotto. Albano interroga questa assenza anche attraverso una paziente ricostruzione d’archivio che permette di seguire tutte le tappe di un itinerario che parte dalla Napoli degli anni 80 per approdare trent’anni dopo a Modica, dove il protagonista della pubblicazione dirige l’Accademia Teatrale Clarence, tra numerosi riconoscimenti, come il Premio Ubu come miglior attore non protagonista in Sabato, Domenica e Lunedì per la regia di Toni Servillo. Entra nell’immaginario di Silvestri attraverso un appassionato studio dei suoi testi che permette allo specialista come al lettore comune di coglierne affinità e peculiarità. Ogni copione rivela a suo modo la versatilità espressiva che rende feconda la lingua dell’autore, che spazia con la stessa freschezza dal dialetto più aggressivo al registro più sofisticato, e in tutti si coglie una marginalità intesa come redde rationem di forze in contrasto e luogo in cui coltivare un’impossibile felicità. La donna di Mon enfant che crea un dialogo fittizio col suo amante assente, Edoardo e Antonio che in Saro e la rosa tramano per avere un figlio proprio, la “stoltezza patentata” del protagonista ne La guerra di Martin che illumina l’idiozia autentica delle armi, le quattro prostitute di Streghe da marciapiede che condurranno alla morte un uomo a cui non perdonano di essere lontano anni luce da ciò che vorrebbero ritrovare in lui, l’amoroso Gildo che veglia sul fratello, entrambi fuori posto perché l’uno è ritardato e l’altro malato di aids in Fratellini, sono tutte immagini di un’incompletezza che non si rassegna, malgrado tutto, a non inseguire quella pace che resta un’illusione. Piume rientra coerentemente in questa poetica. Lo si potrebbe definire un antiteorema della mancanza, perché il dipanarsi di diverse storie sembrerebbe opporsi a un approccio logico al problema. Si recupera tuttavia una personalissima razionalità nel rendere i personaggi immagini della mancanza stessa come facce dello stesso prisma. Tra essi è la donna in grigio a incarnarla in modo più netto, alla ricerca di una parola che non esiste: quella che indica la donna che ha perso dei figli. Dinanzi al vocabolo, regalatole dall’Enigmista, che rispecchia la sua essenza, privagena, non resta però che la morte, perché al di là di se stessi  – una volta “ricostruiti” nella propria completezza” – non c’è nulla da cercare o sognare. Nell’accettare invece la propria condizione di vite imperfette, gli altri personaggi non trovano la felicità, ma almeno una possibilità di coltivare i propri desideri. È l’approccio intenso e totale alla fragilità il cuore dell’ispirazione di Silvestri.

Gemma Criscuoli

Opera, ritorna nuova

Uno spazio di cultura indipendente

Opera nuova è un progetto e uno spazio di cultura indipendente: così lo immaginiamo e così vogliamo che sia. Per adesso, col numero zero, parte e non finisce la fase di sperimentazione, dai numeri successivi bimestrali cominceremo a fare nuovi passi verso un prodotto più completo.

La veste che immaginiamo per Opera è quella di uno spazio non solo di rassegna ma anche di impegno. Infatti questo numero dedica un ampio spazio ai lavoratori Shelbox di Castelfiorentino che si sono improvvisati attori, ma anche a temi più scottanti quali la violenza sulle donne.

La scelta strategica poi di portare Opera sul Web ci riempie di orgoglio: il sito è ancora in realizzazione ma sarà prestissimo fruibile con tutti i contenuti della rivista cartacea, ma con in più la potenza degli strumenti cosìddetti “social”.

La nostra rivista ci tiene a sottolineare l’indipendenza e il pragmatismo delle sue scelte editoriali; viviamo una fase storica in cui appunto l’indipendenza è poco più di un aggettivo abusato: Opera è indipendente perché è partigiana, perché si ritiene partecipe al dramma di un’umanità che cerca, con l’arte, con il teatro e con la letteratura, di darsi un profilo che stenta in realtà a emergere.

Per noi la nuova Opera resta così il compimento di un sogno: un picolo contributo non di speranza, ma di pratica del raccontare e raccontarsi.

Per sintetizzare questo coraggioso e pazzo sogno prederò a prestito queste parole di Bisotti, “Il coraggio si prende dai sogni che restano, nonostante quelli che muoiono”.
Questa nuova stagione della mia vita la dedico al mio piccolo uomo e alla mia stella, che aveva il sorriso di chi sa  che siamo tutti naufraghi in balia di un’onda; un’onda che ti spinge o ti spazza via. Lei che mi ha da sempre donato l’amore di cui avevo bisogno.

Eleonora De Martino