“Sottovoce”, omaggio a Raffaele Viviani

Il debutto alla regia di un vero fuoriclasse

Il maestro Ernesto Lama esordì tra 1979 e il 1980. Cominciò a 13 anni con Roberto De Simone, e con “Festa di Piedigrotta” di Raffaele Viviani nel ruolo di Sciascillo; dopo non si è mai fermato.
Nei suoi trentacinque anni di carriera ha lavorato con i più grandi: oltre a Robero De Simone, Maurizio Scaparro e Armando Puglise: “per me sono maestri di scena e di vita… Sono diventato vecchio facendo teatro ho iniziato a fare questo lavoro a dodici anni anche se poi mi sono prestato al cinema”.
Oggi questo talentuoso e sapiente attore debutta alla regia con lo spettacolo SOTTOVOCE, omaggio a Raffaele Viviani. Cinquanta pezzi per riscoprire questo autore che più di tutti rappresenta la napoletanità  con la sua poesia, la sua visceralità, ha descritto tormenti di un popolo e la sua ironia.
Questo colloge intenso, colorato e sapiente ha la vitalità e l’intelligenza del suo autore che conduce lo spettatore attraverso le mille sfumature del suo mondo; a differenza di altri spettacoli dedicati a questo autore non ha bisogno di stupire e non conquista per la scenografia imponente: il pubblico viene da subito colpito dal sussurro di “Fatto di cronaca”, la cui prima messa in scena fu a Catania nel 1922 – poi nel 1957 con un secondo finale; testo attualissimo colpisce per la sua lucidità.
Lama mette in scena un omaggio alla morte facendo trionfare la vita, attraverso dei semplici ma efficaci cambi d’abito: la camicia bianca ad esempio simboleggia le morti bianche, le morti sul lavoro. Ancora: le donne diventano uomini indossando una cravatta per simboleggiare la loro forza e al tempo stesso la loro grazia; il mondo qui non è maschio ma è femmina: “l’uomo è solo di supporto a questa splendida figura”.
Eccellenti comprimarie sono  Elisabetta D’Acunzo e Marina Bruno, bravissime  attrici che affiancano il regista assieme al maestro Giuseppe di Capua, che dà vita a un sapiente accompagnamento musicale. Intensa è la loro interpretazione di “Pescatore a tirata da rezza” o quella di “Ombra e addore” e di “Canzone sotto o carcere, Scurdat ‘nterra all’isola” che racchiude tutto il dolore degli ergastolani .
Meravigliosa è la “Rumba degli scugnizzi” un pezzo del 1931 che, pur vibrando della passionalità del tango, è quasi un sussurro.
Eleonora De Martino

Peppe Barra: Napoli,solo amore

“Con Napoli ho un rapporto di solo Amore, è tutta da salvare”

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Peppe Barra è un uomo maestoso e imponente, come il Vesuvio, nuovo e antico nello stesso tempo. Classe 1944, figlio d’arte, da sua madre, l’indimenticabile Concetta Barra, dichiara di aver ricevuto il dono della fabulazione e della seduzione presso il pubblico. La sua voce divine dolce nel parlare della madre, i suoi occhi si riempiano di una luce meravigliosa, nelle parole c’è una musicalità inconfondibile.
Attraverso la sua arte il Maestro rappresenta l’autoironia di un popolo: “Napoli è la regina del Mediterraneo, la sua  magia  sta nella storia del suo popolo che vive all’ombra di un gigante che ribolle di positività e di rabbia. È meglio vivere la quotidianità negativa di questa città piuttosto che una quotidianità sterile, malinconica e provinciale. Si può pure vivere tranquilli, ma tra noi il male cova ovunque, ormai tutto il mondo è invivibile.”
Napoli nel racconto di Peppe appare una città che avvelena dolcemente: “quando ci sei ci soffri ma non te puoi distaccare”.
“Io sono un uomo fortunato, ho avuto molti doni: il canto ma soprattutto la gestualità che mi viene da Napoli, dalla quale ho ereditato la mimica della commedia dell’arte”.
Chiedo: “Qual è il segreto? Come riesce ad incantare tutti?”. Mi regala un sorriso meraviglioso e dice: “Nella vita è fondamentale lasciarsi andare con l’immaginazione. Il pubblico lo prendo per mano e lascio viaggiare con me”.
Peppe Barra ha regalato al pubblico varie perle. Ne ricordo due: “La gatta Cenerentola” del 1976  e  “Peppe e Barra” del 1982, nata in occasione del Carnevale di Venezia, invitato da Maurizio Scaparro. Peppe ha riscritto tanti testi  dal Decamerone alla Cantanta dei pastori e per questo il 24 Marzo ha ricevuto Master Universitario di II Livello honoris causa in Letteratura, Scrittura e Critica teatrale.
Resta addosso a chiunque lo conosca, personalmente  o in teatro, la musicalità del suo esprimersi e del suo essere che spiegano e superano la sua arte.
Eleonora De Martino

Rocco Papaleo: la passione e il ritmo

Il teatro e la sua “piccola impresa meridionale”

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“I miei personaggi devono avere credibilità e musicalità, io sono per il verosimilismo” così ci dice Rocco Papaleo, artista poliedrico e intelligente ma soprattutto sarcastico ma impegnato.
“Cerco qualcosa  che abbia forti riferimenti nella realtà.   Non amo sentirmi un professionista tout-court, amo definirmi ancora un  amatore. La professionalità e la passione sono due componenti importabnti: attraverso la passione troviamo un’intimità col pubblico.”
Per Papaleo la comicità è un piacere: una risata è gratificante, perché è bello far ridere. Da qui il suo rapporto col pubblico: “Fra il cinema e il teatro, scelgo il teatro. Attraverso il palcoscenico ritroviamo una forma di unicità dell’opera: in ogni replica vi è la forza di un rapporto nuovo con i tuoi spettatori e di un’opera che si evolve insieme a te”.
Qual è la tua idea di sud? “Il sud è un oggetto poetico, senza dubbio romantico”.
Papaleo ama il teatro anche se il cinema è sempre lì in agguato. Tra le varie espressive cinematografiche quelle per lui più entusiasmati sono state “Basilicata coast to coast” del 2010 e “Una piccola impresa meridionale” del 2013. Nelle sue pellicole c’è sempre un sud speranzoso: “ho frequentato il sud, mi ha incantato da sempre, ci sono cresciuto. Dall’adolescenza trattengo il suo suono e la sua luce. Per me il sud è come una musica, un ritmo: il mio sud non è disperato e non è mai lasciato a se stesso”.
Per lui il “ritmo” è un elemento essenziale della recitazione: “quando recito faccio sempre riferimento a un ritmo, però non è esplicito; quando recito canto, ma non sempre me ne faccio accorgere… è forse per questo che la forma che più mi piace è quella del teatro-canzone, perchè racchiude una leggerezza pensosa, è uno spettacolo commovente:  divertente e ironico allo stesso tempo”.

Biagio Izzo: il teatro è una famiglia

“Come un cenerentolo” e il suo rapporto con Napoli

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“Se la comicità è pulita, allegra, fatta bene. Soprattutto se non è maleducata e volgare, non passerà mai di moda”.
Izzo è nato a Napoli il 13 novembre del 1963 e ha iniziato anche una carriera teatrale, sotto la regia di Claudio e Pino Insegno. Tutti i suoi  progetti teatrali sono  realizzati in collaborazione con Bruno Tabacchini: “Tutto per Eva, solo per Eva”,  “C’è un uomo nudo in casa”, “Due comici in paradiso”, “Il Re di New York”, “Una pillola per piacere”, “Un tè per tre”, “Guardami, Guardami” e infine la sua ultima pièce “Come  un Ceneretolo”.
“Come un Ceneretolo” è una  fiaba nuova che diviene antica, come tutte le favole nel momento in cui si raccontano. È una storia agrodolce nella quale si sconvolgano i ruoli tradizionali, un teatro leggero ma se pur con ironia non trascura di affrontare temi come l’attuale crisi.
Qual è il tuo rapporto con il teatro?“Ha condizionato la mia vita, il teatro è l’arte dei poveri… la  compagnia è mia, io sono produttore di me stesso. Questo è un mestiere che si fa per passione, la compagnia è la famiglia.
Il teatro è l’unico posto dove esiste il potere emozionale. Il rapporto diretto col pubblico fa sì che non si possa barare. Se c’è il divertimento si sente, e questo è ciò che fa stare bene l’attore.
Il teatro è dunque anche un luogo di formazione: vorrei che i bambini venissero più spesso.”
Qual è il rapporto con la tua città? “La  democrazia che esiste a Napoli non esiste nel mondo, siamo un popolo strano ma meraviglioso. Io continuo a vivere qui a Napoli, è il mio modo per aiutare la città e investire su di essa.”
Se dovessi riassumere la tua carriera che parola useresti? “Fantastica, io ho sempre fatto tutto con amore.”
Martina Bianchi

“Il senso nascosto”

Mai banale, mai scontato, “Il senso nascosto” è un dramma sulla prostituzione maschile

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Questa storia rivela ancora una volta la sensibilità e la genialità della scrittura di Fortunato Calvino autore  che   nasce a Napoli nel 1955 ed inizia la sua attività artistica nel 1978 come teatrante e filmmaker. Nel 1980 il suo corto in Super8 “Prima della caduta” partecipa al Super Eight Film Festival di Toronto, kermesse internazionale dove Calvino è l’unico autore a rappresentare l’Italia e nel 2009, con  “Cuore nero”  è vincitore del Premio Calcante.
Da sempre questo autore narra le profonde solitudini umane e in particolare in questo pezzo teatrale. “Il senso nascosto” è presentato da Metastudio ’89, il suo allestimento si avvale delle musiche originali di Paolo Coletta, le scene di Paolo Foti, i costumi di Rosa Della Rosa e il disegno luci di Renato Esposito.
L’opera racconta  in modo intenso e poetico l’incontro di due anime sole, messe a dura prova dalla vita.  È  lo specchio di un altro mondo, quello della prostituzione maschile, dello sfruttamento sul lavoro e della crisi stessa che spinge  il giovane a usare il suo corpo per migliorare le sue condizioni. Contraddizioni di un mondo sempre più lacerato dai conflitti sociali e da un vivere sempre più virtuale: negazione dell’amore e del desiderio vissuto in prima persona.
Pietro Juliano interpreta un uomo di mezza età, dirigente d’azienda che per anni si è nascosto dietro ad un matrimonio,  che non ha avuto il coraggio di rivelare alla propria moglie la sua omosessualità. un uomo in fuga da se stesso, cui fa paura la vita: “mi sono sposato per accontentare mia madre e per mettere a tacere le voci  su una mia relazione omosessuale, in fondo con mia moglie avevo una vita fin troppo serena”. Non è il solito incontro, tra un marchettaro e il suo cliente, ma è l’emblema di una realtà poco conosciuta, come sono le chat gay e i cinema a luci rosse.
Il marchettaro è Antimo Casertano è un giovane di bell’aspetto. Entrambi sono anime tormentate.  Il giovane ha ancora  negli occhi e nella voce, dura e rabbiosa, la morte di un suo collega muratore caduto dal sesto piano di un palazzo in costruzione. “Io sono rimasto lì con la mano aperta e vuota a guardarlo cadere, una vita finita in un attimo…. È non è stato l’unico; negli occhi del capocantiere solo fastidio…”. È da questo dramma  che il giovane decide di cambiare vita ed iniziare a prostituirsi, in questa opera c’è un’atmosfera vibrante e profonda, a partire dal silenzio che cala fra i due persoanggi dopo il racconto delle morti bianche, una forma profonda di rispetto per il dolore.
Sono due estranei che si dormono vicino e condividono un breve momento di piacere: nudi non solo fisicamente, ma soprattutto, nella loro interiorità. Sono storie molto diverse le loro, accomunate da rinunce e rabbia, che divengono mancanza; entrambi vivono prigionieri nel proprio  abisso di solitudine, che  Pietro tenta d’infrangere  dicendo al giovane “non ci credo che sei così cinico”.
Al risveglio, dopo l’incontro, le due vite si scontrano  per i due opposti modi di vivere la sessualità, di concepire la vita.   Antimo è furioso per essere stato trattato da oggetto; rabbioso allora chiede il compenso promesso, il doppio della volta precedente.
Ambientato in una stanza-zattera, il periodo è evidentemente quelo natalizio. Le storie di quest’uomo e di questo giovane saranno sempre scandite dalla vita che pulsa forte intorno a loro, dalle voci dei vicini, dalle risate che involontariamente interverranno come un orologio a segnare il tempo e che spezzeranno le loro parole forti, i loro gesti furibondi, fermandoli un attimo prima del precipizio.
Al culmine della disperazione l’uomo esorta il giovane a ucciderlo… per un attimo lui è tentato ma poi se ne va lasciando che tra loro cali ancora il silenzio.
“Lunghi fili d’acqua bucano il cielo grigio e s’infrangono sui muri delle case vicine come schegge impazzite”.
Elisa Rossi

Erminio Sinni: l’emozione di una voce

La bellezza sta nella normalità, nei dettagli quotidiani, nelle piccole cose che ci circondano

L’autore, classe 1961, ha al suo attivo più di cinquecento canzoni fra quelle pubblicate e quelle nel cassetto,  è un artista poetico e autenticamente contro corrente. L’ho scoperto una sera per caso, una di quelle sere in cui per parafrasare una sua canzone, ‘Lacrime di cielo’, “L’inverno era così vicino che si poteva vedere avvicinarsi come un vecchio che brontola  piano”.
Nel 1993  partecipò al Festival di Sanremo, piazzandosi al quinto posto con la canzone ‘L’amore vero’ ed aggiudicandosi anche il Premio Volare. Venne premiato direttamente dal grande Domenico Modugno per la miglior musica della manifestazione, ottenendo anche il Premio S.I.L.B. per il miglior testo.
Le sue melodie hanno l’intensità, l’armonia e la forza di un battito d’ali; nella sua voce c’è un mare in tempesta, la dolcezza e l’asprezza della sua maremma.
È un uomo che si cela dietro l’ironia e che di sé dice: “io sono uno che scava dentro sé e si racconta, prendo appunti e vado in giro a vivere e cerco di essere migliore ogni giorno”; come faceva il padre, minatore che  scavava dentro le montagne per estrarre minerali preziosi.
La sua musica è una festa di colori, di suoni e di ritmi, ricca di sfumature; gli arrangiamenti  tengono inchiodato all’ascolto, e i suoi testi restano dentro, mentre le parole continuano a ronzare nella testa e accompagnano i pensieri perché raccontano istanti di “magia” che le persone vivono. L’album ‘11.167 Km’ (2006) contiene il brano ‘La Ragazza’, che è nato durante l’attesa ad un semaforo e racchiude perfettamente quell’istante  in cui qualcosa di ordinario può divenire straordinario.
“Ha qualcosa che le passa per la testa e per questo ride, ha  un bagaglio di emozioni dentro al cuore che le riempiono gli occhi, se la osservi lentamente puoi avvertire i suoi pensieri, la puoi udire immaginare sotto quei capelli neri.”
Le donne come  quella che Erminio Sinni narra, a tratti ricordano quelle di Monet per la loro grazia, forza e poesia .
“La notte indoviniamo le stelle: ognuna ha un nome per ogni dialetto,poi chiudiamo gli occhi e immaginiamo la nostra casa e il nostro letto questa  nave è una provincia italiana sull’Atlantico e noi abbiamo solo le mani” queste sono le parole  del pezzo inedito “ la nave” che è come  una foto in bianco e nero. Le parole      dei migranti italiani dei primi del ‘900 i quali hanno occhi carichi di speranza e nostalgia e racconta i loro dolori.
La felicità che racconta è fugace e dolorosa, parla di ferite aperte mai più guarite, di serate arrugginite dietro le porte; ritrae una società che ha perso l’orientamento. Il tempo scolpisce primavere e amari sorrisi racchiusi in visi tatuati di tempeste,  uomini e donne che sono meno di niente che ridono di se stessi perché senza sogni ormai da tempo, mentre dentro tutto muore e un mondo indifferente li vede. Essi sfiorano l’immortalità attraverso i loro amori selvaggi di violenza e di dolcezza, ma a causa di troppo fumo si perdono. I suoi testi mettono al centro l’umanità, fanno vibrare l’anima, le parole sono fatte di spuma di mare e puoi quasi fermare il tempo; la sua musica è un balsamo per il cuore e quando glielo fai notare lui risponde: “una cosa normale quando la si mette in musica sembra chi sa che, la gente si emoziona perché ci si riconosce; io racconto cose semplici”.
Il suo nuovo disco ES è un disco da ascoltare ci sono dodici pezzi carichi di poesia e  le tre perle che colpiscono sono: “Salva Anime” feat Flavio Boltro, “Se Ci Fosse Ancora Piero” feat Massimo Bizzari, “Me Duele El Alma” feat Javier Girotto.
Martina Oro

Ringrazio Denis Cucciarru  per avermi suggerito il titolo di questo articolo,  ho usato molte parole dei suoi testi perché sono l’ideale per raccontare la sua musica tutta da scoprire: amara, disincantata.

L’Arciliuto: il gusto dello spettacolo

Adatto ad ogni occasione, ospita anche mostre di pittura o fotografiche.

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Nella suggestiva cornice rinascimentale del Palazzo Chiovenda, in piazza di Montevecchio, a Roma, ebbe inizio l’avventura di Enzo Samaritani. Era l’11 novembre del 1967 quando il Teatro della Musica e della Poesia venne alla luce per l’incanto del pubblico e la soddisfazione degli artisti.
Sublime il connubio tra spettacolo e convivio, che dal Salotto Musicale prende ogni volta vita, regalando emozioni intense e raffinata condivisione. Un calice di buon vino affiora cristallino durante l’aperitivo che dà il benvenuto alla piacevolissima serata e scalda gli animi di chi si appresta alla degustazione della bellezza, ricercata e manifestata in tutte le sue forme. Lo star bene è di casa e l’Arte dimora sul palco o dietro uno strumento, affidata alla sapienza di un formidabile Maestro. Il leggendario “studiolo di Raffaello” viene onorato da esibizioni esclusive e originali, allietate dalla buona tavola e dall’estro di chi persegue una missione: rendere il ricevimento indimenticabile.
Il lume di una candela si staglia sulla tavola, la luce del riflettore si accende sul palco e prende vita quel sacro fuoco che infervora gli spiriti all’arte devoti. Tra aromi e note musicali si respira un’evoluzione creativa sempre nuova, nell’estasi contemplativa degli ospiti.
Cene concerto e tanti progetti vengono organizzati in quest’angolo prezioso che affascina i turisti della capitale con i suoi spettacoli tradizionali in inglese, francese, tedesco, russo, arabo, spagnolo, nonché dialetto napoletano e altri dialetti regionali, come desiderio del Samaritani. L’atmosfera ben si adatta ad incontri di lavoro, cerimonie, feste private, presentazioni editoriali e di spettacoli teatrali e musicali. Ideale location per aperitivi letterari, L’Arciliuto accompagna le idee e i successi, avvolgendo di venerabilità ogni pensiero.
Alessandra Di Cesare

Marco Greco: godersi le domande

Nell’arte non c’è posto per la menzogna

Marco Greco

Marco, classe ‘91, Roma. Comincia a scrivere canzoni all età di quindici anni, consuma i dischi dei cantautori italiani e non solo: Conte, De Andrè, Battisti, Rino Gaetano ma anche Bob Dylan, Leonard Cohen… Poi l incontro con la musica popolare argentina (tango), spagnola (flamenco) e balcanica. Questi incontri segneranno un forte cambiamento di stile compositivo nelle sue canzoni, che si faranno piu personali e piu ricche di suggestioni e atmosfere particolari.
Nel 2012 frequenta la scuola di composizione al Cet di Mogol e si diploma in composizione. Nel maggio del 2013 andrà trovare il suo maestro Paolo Conte nella sua casa di Asti; tra i due nascerà una ricca corrispondenza da maestro ad apprendista in cui Conte incoraggia e consiglia Marco. Nel dicembre 2013 arriva in finale al premio De Andrè e nel 2012 in semifinale al premio Donida.
La musica crea le parole tessendo pian piano un racconto. Partendo da un’idea, strimpellando la chitarra, seguendo l’impulso iniziale – quello più autentico – perché le canzoni sono crudeli, sfuggenti. Per Marco nell’arte non c’è posto per la menzogna, l’opera d’arte non deve necessariamente ancorarsi alla modernità; ogni voce deve avere un colore unico e inconfondibile. Questa è la bella idea che Marco Greco ha della musica e dell’arte in generale.
Questo giovane cantautore romano è tutto da scoprire: i suoi riferimenti sono Paolo Conte, la musica popolare argentina; ama i suoni veri e antichi, ogni suo pezzo, a parer suo, è una fotografia della sua emotività, racchiude la poesia delle cose semplici.
Un suo brano in particolare, “Zarbo” ricorda vagamente la poesia e la musicalità di Rino Gaetano.
Serena Gelli

Shelbox: i riflettori non si devono spegnere

Nuova Opera ancora a fianco degli operai della Shelbox di Castelfiorentino

Il 9 gennaio 2013, per noi operai della di Castelfiorentino, è una data significativa: quel giorno, nel rigore di un inverno già inoltrato, decidemmo di scendere in strada, di protestare, di piazzarci sui cancelli e opporci al rapido precipitare degli eventi. L’azienda per cui lavoravamo era ad un passo dal fallimento, e abbiamo avvertito il dovere di mobilitarci, di alzare la voce, di gridare alla popolazione del paese in cui lavoravamo e del circondario il nostro disagio.
Oggi siamo ancora qui, non abbiamo mollato e a distanza di un anno siamo sempre più determinati nel voler trovare una soluzione alla nostra vicenda. Le iniziative organizzate nell’ambito del nostro presidio sono state numerose, a partire dal corso di teatro (sfociato nello spettacolo “Conchiglie in scatola”, andato in scena 5 volte nei vari paesi del circondario) fino all’allestimento di un albero di natale e un presepe realizzati dagli stessi lavoratori e esposti per le vie del centro storico di Castelfiorentino, passando per corsi di lingue, vari eventi che hanno coinvolto la cittadinanza e la pubblicazione di un calendario per l’anno che è appena iniziato.
Per questi motivi sabato 11 gennaio 2014 abbiamo organizzato l’evento “Compleanno amaro alla Shelbox”. Amaro, perché nonostante tutti i nostri sforzi, ad oggi ancora non si vedono soluzioni reali all’orizzonte. La situazione, giunti a questo punto, è per molti versi più complicata che mai: il tempo a nostra disposizione va esaurendosi ad un ritmo vertiginoso. L’attenzione  dell’opinione pubblica sui nostri problemi, sulle nostre vicissitudini e sull’impegno che stiamo profondendo per trovare delle soluzioni; una serata che ha visto la presenza e gli interventi di personalità importanti, quali membri del parlamento, istituzioni locali, provinciali e regionali. Presenze per noi fondamentali per continuare il nostro percorso di coinvolgimento delle stesse istituzioni ad un raggio più ampio rispetto al nostro circondario, per portare le nostre problematiche fuori dalla Valdelsa, cercando di chiamare in causa la provincia, come già stiamo facendo da diversi mesi e soprattutto nelle ultime settimane.
Per fare un esempio la nostra R.S.U. è stata convocata alla Seduta del Consiglio Provinciale di Firenze, grazie ad un’interrogazione del Cons. Andrea Calò, per riferire riguardo alla nostra situazione. In tale sede abbiamo manifestato le nostre forti preoccupazioni, anche in vista dell’imminente scadenza dell’ammortizzatore sociale cassa integrazione straordinaria , che per molti di noi  è l’unica fonte di reddito. La relazione iniziale presentata dalla vicepresidente della 4° Comm. Consiliare Permanente Alessandra Fiorentini ha messo in evidenza i dati riguardanti la grave situazione di crisi aziendali e occupazionali sul territorio della provincia, sulla carenza di risorse atte a finanziare i vari ammortizzatori sociali. Andrea Barducci  il presidente della provincia ha dichiarato che  con una maggiore attenzione delle istituzioni “tante situazioni di crisi (compresa la nostra, il fallimento di una ditta leader del settore e con un mercato in incremento, n.d.r.) si sarebbero potute evitare”. Barducci ha inoltre riferito di aver interloquito con coloro che rappresentano il mondo dell’impresa .
Ed è con questo spirito, preoccupato ma mai rassegnato nonostante i nostri scetticismi, che abbiamo voluto organizzare  il nostro “compleanno amaro”, serata di incontro seguita da un buffet (gentilmente offertoci dalla trattoria Cioffi di Case Nuove) alla quale abbiamo invitato diverse cariche istituzionali, locali e non: erano presenti, tra gli altri, Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato della Repubblica, la senatrice Laura Cantini e già sindaco di Castelfiorentino, la senatrice Alessia Petraglia, gli onorevoli Elisa Simoni, Dario Parrini e Marisa Nicchi, l’assessore regionale Vittorio Bugli, il presidente della provincia Andrea Barducci e l’assessore provinciale Giovanni Di Fede, i consiglieri provinciali Sandro Bartaloni, Federigo Capecchi, Silvia Melani, Andrea Calò e Marco Cordone, l’attuale sindaco di Castelfiorentino Giovanni Occhipinti, quelli di Montaione, Paola Rossetti e di Montespertoli Giulio Mangani, oltre a Renzo Ulivieri, presidente dell’Associazione Italiana Allenatori di Calcio. Molti gli interventi (degni di nota quelli della sen. Valeria Fedeli e del segretario generale della FIOM-CGIL di Firenze Daniele Calosi), dai quali è emerso un quadro di particolare interesse ed attenzione riguardo ad una situazione critica, ai limiti della drammaticità.
David Nugara

Serena Gelli: “Brevi emozioni”

Un testo che incoraggia ad andare oltre le avversità della vita senza perdere la speranza

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Serena Gelli nasce a Pietrasanta (Lu) il 10 ottobre1980 e vive a Certaldo, il famoso e ridente paese del Boccaccio.
Si diploma in Operatore dei Servizi Turistici all’Istituto L. Da Vinci di Empoli. Prosegue i suoi studi e si laurea nel 2006 in Scienze Politiche presso l’università di Siena.
È alla sua prima esperienza di autrice, nata da ciò che ha attraversato  durante la sua prima gravidanza, quando si è ripresentata nuovamente la sua malattia, la Von Hippel Lindau, causando dolorose emozioni fortunatamente culminate in una bella esperienza: la nascita di suo figlio Gabriele. Attraverso questo piccolo libro racconta i momenti dolci della sua infanzia, la sua passione per la musica, la vera consapevolezza di avere la malattia. La morte l’ha solo sfiorata, ma da questa esperienza Serena trae il desiderio di nuove certezze e la voglia di sognare e realizzare le tante piccole vittore di tutte giorni .
È difficile saper trovare tutta la forza necessaria per combattere una malattia ma il messaggio che emerge dal libro è un grido di speranza: se la affrontiamo le difficoltà assieme alle persone che amiamo riusciremo a superare l’ostacolo con più tenacia.
“Un piccolo augurio a tutte le donne, di ogni età, e di ogni nazionalità, e soprattutto a tutte quelle che, contro il vento e le maree, continuano ad amare, a sognare e a lottare per un mondo migliore”.
Fede Dibe